Dai Miasmi agli OGM, la lunga lotta contro la malaria

Per cercare di ricostruire l’origine alla malaria dobbiamo andare indietro migliaia di anni. I parassiti portatori di malaria, i protozoi del Plasmodium, sembrano derivare infatti da antichissimi microrganismi che si riproducevano nelle cellule intestinali dei primi vertebrati, coevolvendosi in parallelo con gli organismi in cui si erano insediati fino ad arrivare ai nostri giorni. Grazie alle recenti scoperte in ambito di biologia molecolare i parassiti più antichi sembrano essere tre: plasmodium vivax, plasmodium ovale e plasmodium malariae.

Questi tre protozoi sono  ancora presenti e causano forme benigne di infezione. Per quanto riguarda invece il parassita più letale, il plasmodium falciparum, è riconducibile ad variante patogena che si differenziò in Africa tra  10.000  e 6.000 anni fa. Il plasmodio della malaria nel corso del processo evolutivo ha trovato nella zanzara del complesso Anopheles gambiae il vettore più adatto. Nell’anofele infatti il parassita si insedia nelle ghiandole salivari espletando metà del suo ciclo vitale prima di passare all’uomo.

La prima evidenza storico archeologica dell’arrivo in Europa del plasmodium falciparum si attesta intorno al IV secolo d.C.,  proprio in coincidenza con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Del resto, venute meno la capacità gestionale dei grandi complessi idraulici e le costanti attività di bonifica e recupero, la diffusione di zanzare infette da plasmodi fu facilitata.

Il morbo della Malaria, come dice il nome stesso, venne immediatamente associato ai miasmi delle paludi, quasi si trattasse di una grave forma di intossicazione. Solo all’inizio del 1700 il medico Giovanni Maria Lancisi intuì il possibile coinvolgimento delle zanzare, ma poi ritrattò e tornò a privilegiare la teoria del contagio dai miasmi.

La vera rivoluzione nello studio della malaria si ebbe all’inizio dell’Ottocento quando  l’italiano Giovanni Battista Grassi e l’inglese Ronald Ross riuscirono a identificare nelle quattro specie di zanzare anofele le portatrici dei parassiti della malaria.  E’ da evidenziare che non fu un lavoro di équipe quello tra i due scienziati: conseguirono le loro ricerche separatamente e con forti contrapposizioni l’uno rivendicò la primogenitura nei confronti dell’altro.

Al di là delle polemiche, da quel momento è stato accertato che l’uomo contrae la malattia quando viene punto da un’anofele femmina, che  per essere infettante  deve avere assunto precedentemente il plasmodio pungendo una persona già parassitata.  Le  paludi altro non sono che degli immensi punti di raccolta e di riproduzione di questi vettori.

Per quanto riguarda la storia dei rimedi alla malaria la vicenda è altrettanto articolata, non priva di grandi intuizione e repentini ripensamenti. Il primo rimedio  contro la malaria fu scoperto nel XVII secolo in Perù per opera del padre gesuita Bernabè Cobo: si trattava di estratti dalla corteccia dell’albero Cinchona, una pianta simile a quella del caffè. I guaranì la chiamavano quina quina ovvero corteccia delle cortecce. Nel 1632 la notizia dell’estratto miracoloso giunse anche nell’Italia dilaniata dall’infezione, ma prima che la scoperta si diffondesse un po’ più ad ampio raggio ci vollero due secoli. Nel 1817 due ricercatori francesi, Pierre Joseph Pelletier e Joseph Bienaimé Caventou, isolarono il principio attivo che venne commercializzato con il nome diventato celebre di Chinino e fu ciò a segnare veramente l’inizio della diffusione di massa.

In Italia il 23 dicembre del 1900, grazie  all’iniziativa di Giovan Battista Grassi, Angelo Celli e della Società per gli studi della malaria, quando fu sancita la prima legge per la distribuzione statale del chinino presso la popolazione. La sostanza cominciò ad essere venduta a partire dal 1° luglio 1902 negli spacci di sale e tabacchi a prezzo fisso e ridotto nelle provincie più colpite, successivamente su tutto il territorio nazionale.  Nasceva così il “Chinino di Stato” che fino agli anni ’50 accompagnerà insieme alla bonifica delle aree paludose la fuoriuscita del nostro paese dalla piaga della malaria.

Il chinino, interrompendo la riproduzione dei parassiti, ha salvato un numero spropositato di vite umane, ma ciò a costo di effetti collaterali significativi: la durata della protezione è limitata nel  tempo, e se preso in dosaggi alti poteva causare gravi disturbi uditivi e olfattivi, nonché debilitate complessivamente l’organismo.

Un avanzamento significativo avvenne negli anni ‘40. Nei laboratori della Bayer di Leverkusen  venne messa a punto la “clorochina”, farmaco studiato per la profilassi chemioterapica, funzionale cioè non alla cura ma alla prevenzione pre-infenzione nelle zone colpite.

Fu tuttavia un’altra innovazione introdotta nello stesso periodo che si rivelò cruciale: nel 1939 il chimico svizzero Paul Müller scoprì il potere insetticida di un composto chiamato diclorodifeniltricloroetano, o DDT, che venne subito utilizzato per disinfestare le zone colpite dalla zanzara anofele. Con questa scoperta Müller vinse il Premio Nobel per la medicina nel 1948. Il DDT aveva mostrato da subito tutte le sue potenzialità : piccole quantità per ammazzare le zanzare per mesi, abbastanza per fermare il ciclo di trasmissione della malaria. Oltretutto durava il doppio degli insetticidi fino ad allora in commercio e costava un quarto.

Munita di questi due ritrovati l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1955 lanciò la Campagna globale di eradicazione della malaria con l’obiettivo era di debellarla in dieci anni. Fu investito più di un miliardo di dollari e decine di migliaia di tonnellate di DDT furono usate ogni anno contro le zanzare. In India, da tempo flagellata dalla malaria, si reclutarono 150.000 lavoratori a tempo pieno per spruzzare l’insetticida nelle case. Anche la clorochina fu distribuita in lungo e in largo. Era probabilmentela più vasta iniziativa sanitaria mai intrapresa a livello mondiale e i successi iniziali in Brasile e negli Usa lasciavano ben sperare.

Le grandi ambizioni che sottendevano alla campagna mondiale andarono svanendo però nel corso di pochi anni. Nonostante i grandi progressi nel Nord del globo, nelle zone tropicali e subtropicali il tasso di infezione non diminuiva. I parassiti della malaria si riproducevano così velocemente da generare continuamente mutazioni nuove;  alcune di queste furono in grado di proteggere i plasmodi dalla clorochina, rendendo in buona parte dei casi inefficace il farmaco.  Tutt’ora la clorochina è in commercio, ma  viene utilizzata soprattutto per trattamenti di altro tipo.

La previsione di eradicazione totale si dimostrò così troppo ottimistica, i finanziamenti vennero a mancare, e venne a mancare anche il DDT.  L’insetticida pensato per combattere la malaria, a causa del suo basso costo, venne utilizzato a sproposito come antiparassitario generico in ogni tipo di coltivazione. Pur non essendo direttamente nocivo per l’uomo aveva però contaminato i campi e le acque e messo seriamente a rischio la vita di molte specie di uccelli, con pesanti ripercussione sull’ecosistema nel suo complesso. Il celebre saggio di Rachel Carson “Primavera Silenziosa” documentò i fatti facendo un ritratto così crudo della situazione ambientale chel’uso dell’insetticida in agricoltura  fu dichiarato in pochi anni illegale. Fu fatta un’eccezione per limitare la malaria, ma ormai il DDT era diventato introvabile. Secondo Robert W. Gwadz, uno dei più importanti malariologi viventi, la messa al bando de DDT potrebbe aver causato la morte di venti milioni di bambini. Il condizionale è d’obbligo, nelle zone tropicali le zanzare non hanno bisogno di riprodursi nei pressi di insediamenti umani, e l’uso del potente insetticida non sarebbe stato totalmente risolutivo a detta di molti ricercatori.

Al DDT ora si preferiscono le zanzariere impregnate di insetticida da sistemare a protezione della zona notte, considerato che proprio nelle ore notturne la zanzara anofele colpisce. Purtroppo a differenza dell’insetticida messo al bando, le zanzariere hanno un costo troppo elevato per le zone endemiche della malaria, e le campagne governative e solidaristiche non hanno raggiunto finora una sufficiente copertura.

I progressi nell’ambito farmacologico sopraggiunti negli ultimi quarant’anni permettono di avere una vasta gamma di prodotti, sia per quanto riguarda la profilassi che la cura. Ma la malaria è classificata dall’OMS ancora al quarto posto tra le malattie infettive più diffuse.  L’infezione ormai è radicata nelle fasce tropicali del globo, e la storia del suo mancato tentativo di sconfiggerla completamente fa emergere un dato di fatto: la lotta alla malaria passa per la lotta alla povertà e ai pesanti deficit strutturale dei paesi più colpiti.

Riguardo al futuro, dal punto di vista più strettamente medico-epidemiologico la ricerca scientifica è orientata da almeno trent’anni alla realizzazione di un vaccino universale, ma finora i ritrovati della ricerca ancora non sono giunti a un risultato definitivo. Ciò che rende difficile la realizzazione è proprio la variabilità del parassita plasmodio, che, come la storia insegna, con le sue caratteristiche molecolari molto flessibili è stato capace negli anni a resistere e riprogrammarsi eludendo numerose terapie e profilassi.

Una strada alternativa al vaccino, molto più recente, è quella offerta dalla ricerca genetica. Il tentativo di mettere a punto zanzare transgeniche refrattarie alla trasmissione del parassita, appare oggi un prospettiva percorribile grazie ai progressi sperimentali degli ultimi anni. Ma arrivare a sostituire la specie selvatica di anofele con una specie venuta fuori da un laboratorio solleva già grandi perplessità dal punto di vista etico, che di certo non faciliteranno la riuscita di questa iniziativa in tempi rapidi.

Simone Bruscolotti

Tubercolosi multi-resistente, in crescita i casi in Europa

In occasione della Giornata mondiale sulla tubercolosi tenutasi il 24 marzo, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CEPC) e l’Organizzazione Mondiale della sanità hanno diffuso dati non certo allettanti. L’Oms stima che un terzo della popolazione mondiale è infettato dal Micobacterium tuberculosis, e ciò non riguarda solo l’Africa o più in generale i paesi in via di sviluppo, ma anche il vecchio continente.

L’emergere del nuovo ceppo della malattia definito tubercolosi multirestistente (MDR), che si caratterizza per la sua immunità ai due farmaci più potenti, la rifampicina e l’isoniazide,  sta invertendo pericolosamente i progressi della medicina del secolo scorso.

Il numero di pazienti con MDR in Europa è allarmante, si arriva a sfiorare, secondo i dati riportanti nel numero di marzo di The Lancet Infectious Diseases, quasi i 30.000 casi nel corso del 2009.
Nel 2008, l’OMS ha stimato che sono stati 440.000 i casi di tubercolosi multiresistente, ma considerato che i metodi di diagnosi non sono ancora affidabili, la stima dei casi reali si aggira solo intorno all’11%. Sempre secondo l’OMS negli ultimi 10 anni solo l’1% degli infettati ha avuto accesso alle cure e quasi 1,5 milioni di persone sono morte.
Questi dati lasciano presagire che l’infezione è destinata a crescere nei prossimi anni fino a superare il milione di casi annui.

A tutt’oggi il trattamento della tubercolosi MDR è particolarmente difficile e costoso. I farmaci più attivi contro questa forma di tubercolosi sono tossici e devono esser presi per lungo tempo. Inoltre, il trattamento deve essere adattato a seconda del particolare modello di resistenza agli antibiotici che la malattia ha sviluppato.  Le case farmaceutiche per lungo tempo non hanno investito sullo sviluppo dei farmaci essendo la tubercolosi diffusa prevalentemente in paesi a basso reddito. Ma da almeno dieci anni, vista la nuova virulenta ondata della malattia verso i paesi ricchi, sono stati compiuti progressi e almeno sette nuovi composti sono in fase di sperimentazione clinica.

E’ ancora in discussione la strategia da adottare riguardo all’opportunità di utilizzare i nuovi composti  per il trattamento della tubercolosi farmaco-sensibile o riservati per la tubercolosi MDR.  Il grande rischio è che  l’incorporazione dei nuovi farmaci in regimi terapeutici  per la tubercolosi tradizionale potrebbe compromettere l’efficacia nel trattamento della variante farmaco-resistente. Secondo il rapporto dell’OMS e del CEPC è prioritario individuare la tubercolosi MDR come un’entità separata piuttosto che come un possibile esito di quella già conosciuta, ciò contribuirà a contrastare meglio l’epidemia e a sperimentare farmaci sempre più mirati.

Il quadro sempre più preoccupante di diffusione in Europa e nei paesi a medio e alto reddito pro-capite ha quindi aumentato l’interesse delle aziende farmaceutiche. Allo stesso modo i governi nazionali di questi paesi si stanno impegnando su un profilo più alto per migliorare gli strumenti diagnostici. Ma tutto ciò non sarà sufficiente senza un impegno politico ed economico internazionale che miri alla pianificazione di iniziative a lungo termine. Del resto la tubercolosi multi-resistente manterrà la sua presa in Europa se l’epidemia non sarà sotto controllo in tutto il mondo.

Simone Bruscolotti

(Fonte: ecdc.europa.eu)

Virus HIV, in Cina decessi in calo

In Cina gli sforzi per migliorare l’accesso ai farmaci anti-HIV  hanno portato a notevili risultati in pochi anni.

Un altro grande balzo in avanti per la Cina, e non stiamo parlando di crescita del PIL. Secondo i dati riportati dalla rivista The Lancent Infectious Diseases dal 2003, anno in cui sono stati introdotti gradualmente i farmaci antiretrovirali, al 2009, i decessi da virus Hiv sono diminuiti del 60%. Tuttavia gli esperti, pur apprezzando i livelli record raggiunti in pochi anni, rilanciano: molto di più deve esser fatto per accelerare le diagnosi e soprattutto per migliorare l’accesso a determinati gruppi quali i migranti, le minoranze etniche e i tossicodipendenti.

Fujie Zang del Centro nazionale per il controllo e la prevenzione dell’Aids di Pechino ha infatti affermato: “ ‘Date le dimensioni del paese e la diffusione geografica delle persone con HIV, l’operazione di distribuzione dei farmaci stata notevole , ma è ancora lontana  copertura completa delle persone che necessitano del trattamento”.

 Jason Warriner, direttore clinico dello storico ente britannico Terrence Higgins Trust, tra i primi  promotori di campagne mondiali anti-Aids, riguardo ai dati diffusi su The Lancet ha dichiarato: “Sappiamo che l’accesso alla diagnosi e trattamento, in forma di farmaci antiretrovirali, è di vitale importanza sia per prevenire le morti da HIV, sia per per arrestare la diffusione dell’infezione.  Prima viene diagnosticato il virus più sono  maggiori le possibilità di poter condurre una lunga e sana vita. Ma ci deve anche essere una massiccia e continua  educazione alla prevenzione  per evitare che più persone vengano infettate in futuro”.

Simone Bruscolotti


(Fonte: BBC)

antibiotici:

L’organizzazione no-profit Medicines for Malaria Venture (MVV) e l’azienda americana Anacor Pharmaceuticals, dopo i promettenti risultati ottenuti in vitro, hanno siglato un accordo per procedere con gli studi preclinici utilizzando la molecola AN3661 per il trattamento della malaria.

“Il…

Chikungunya: Il ruolo chiave dell’immunità innata

Che cosa è la Chikumgunya?

Il virus della febbre Chikungunya  (CHIK), isolato per la prima volta in Tanzania nel 1953, è ormai diffuso in tutto il mondo e causa periodicamente nuovi picchi epidemici  in  Africa, Asia, Oceano Indiano e da qualche tempo si sta diffondendo anche in Europa del sud. Isolato in Tanzania nel 1953, la CHIK si presenta allo stadio iniziale come una semplice febbre con forti dolori alle articolazioni, poi il virus può assumere diverse forme nei pazienti a causa della variabilità immunitaria di ogni individuo.
Dagli esami del sangue effettuati durante l’epidemia del 2007 in Gabon, i ricercatori francesi dell’ Institut de Recherche pour le Développement (IRD)  sono riusciti a individuare  nell’immunità innata (detta anche aspecifica) la chiave di volta nel decorso clinico delle infezioni. L’infezione del virus  e quello che ne consegue dipende proprio da un deficit nella prima barriera.
Questo contributo offre una nuova luce su questa malattia, poco studiata finora e dimenticata dalle autorità pubbliche.


Una minaccia globale

Questa malattia infettiva, come la febbre gialla e la dengue, è causata da un arbovirus trasmesso da artropodi ematofagi, zanzare, zecche e flebotomi. I suoi principali vettori sono le zanzare  Aedes albopictus, molto più conosciute come”zanzare tigri” .
L’intensificazione degli spostamenti globali ha permesso negli ultimi trent’anni la dispersione delle larve, e la resistenza di questa specie di zanzare agli insetticidi ha contribuito alla rapida diffusione di epidemie in nuove regioni del mondo.  
Nel 2007  ci sono stati focolai di virus nel Sud Italia e in Emilia Romagna e nel sud della Francia  e ciò illustra le potenzialità di diffusione a livello mondiale, facendo di questa malattia, raramente fatale ma molto dannosa, una grave minaccia per la salute pubblica
.


Un forte sistema immunitario innato

La CHIK  può assumere forme molto diverse tra loro, che vanno da  una semplice febbre fino a forti dolori articolari. Secondo quanto appurato dai ricercati dell’IRD  l’estrema variabilità dei sintomi è dovuta al ruolo chiave della prima linea di difesa dell’organismo: ‘”immunità innata”, detta anche immunità aspecifica.
Solitamente l’organismo attiva il sistema immunitario in risposta alla presenza di DNA estraneo nel corpo a seguito di una infezione virale, batterica o parassitaria, o alla presenza di cellule tumorali. Questa risposta immunitaria , si compone di due fasi principali: la difesa non specifica, ovvero l’immunità innata,  che tiene conto della natura dell’organismo di combattere, e la risposta specifica, che guida l’agente patogeno in
le cellule infette.
Tra gli infettati da Chikungunya, la prima tappa è fondamentale. L’analisi di circa 70 campioni di sangue prelevati durante l’epidemia del 2007 a Libreville, nel Gabon, ha mostrato la presenza durante i primi quattro di grandi quantità di interferoni, citochine e chemochine , specie di ormoni del sistema immunitario.

L’interferone ha un ruolo primario nella difesa immediata dalle infiammazioni, perché il suo compito è bloccare la replicazione del virus. La citochina e la chemochina, a loro volta, si attivano per intervenire specificatamente contro il virus, direzionando contro di esso le cellule immunitarie, chiamate leucociti.
Il controllo della malattia dipende dalla costituzione immunitaria  dell’organismo  che, qualora presentasse carenze nella prima difesa immunitaria, quella aspecifica, come nei casi riscontrati di anziani, donne incinte e malati di AIDS, non avrebbe modo di preservarsi dall’infezione.


Una malattia estremamente disabilitante

Chikungunya significa “malattia dell’uomo storto” in Makonde,  lingua africana diffusa in Tanziania e in Mozambico, per evidenziare l’irrigidimento delle articolazioni che causa questa malattia. Questi sintomi di solito durano 3-7 giorni, il tempo che le cellule immunitarie facciano il loro lavoro, ma possono anche diventare cronici e persistere per mesi o addirittura anni. Nelle forme più gravi possono sopraggiungere anche  
complicanze neurologiche e gravi patologie al fegato.
A tutt’oggi non esiste alcun trattamento specifico,  il trattamento terapeutico ha il solo scopo di alleviare i sintomi con i farmaci analgesici e antinfiammatori.

Essendo una patologia a lungo dimenticata dalle autorità pubbliche e dalle organizzazioni sanitarie internazionali, la ricerca medica è purtroppo ancora agli albori.

Lo stato della ricerca

Attualmente gruppi di ricercatori dell’ Centro di Ricerche Mediche di Franceville e dell’Università di Scienza e Salute di Libreville stanno studiando le cosidette cellule “natural killer”, che sono in grado di uccidere direttamente le cellule infette. In parallelo, il lavoro è condotto anche sulla modulazione della risposta immunitaria nei casi di co-infezione con il virus dengue. La combinazione tra questi due virus, recentemente scoperta sempre in Gabon, porta con se il grave rischio di acuire i focolai già esistenti.
Chi di dovere ne prenda nota.

Simone Bruscolotti

(Fonte: en.ird.fr)

La battaglia contro la tubercolosi deve essere intensificata. Il Congresso Mondiale discute la strada da percorrere

Il 16 Marzo 2011, presso l’Istituto di Medicina Tropicale di Anversa, medici e ricercatori da ogni parte del mondo si sono riuniti per affrontare le nuove sfide contro la Tubercolosi.

In occasione della Giornata Mondiale sulla TBC, esperti del settore provenienti da 12 paesi hanno fatto il punto della situazione riguardo la lotta contro la tubercolosi, presso la conferenza tenutasi l’Istituto di Medicina Tropicale (ITM) ad Anversa.
La tubercolosi resistente ai farmaci, diventata ormai una crescente minaccia alla salute mondiale,   è stato il tema della conferenza. I partecipanti hanno discusso le indicazioni di lavoro per continuare la lotta contro la malattia come l’individuazione di ceppi multi-resistenti ai farmaci soprattutto in quelle aree geografiche con scarse risorse sanitarie. Dei tre esperimenti discussi nel convegno. due sono stati sviluppati da ricercatori ITM.

La Tubercolosi, TBC in breve, uccide quasi due milioni di persone ogni anno, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. La tubercolosi è una malattia infettiva aereotrasmissibile: le persone i cui polmoni sono stati infettati dal bacillo della tubercolosi possono a loro volta infettare gli altri con un semplice starnuto.  Quando Robert Koch nel 1882 annunciò la scoperta del Mycobacterium tuberculosis (il bacillo che causa la tubercolosi), la malattia infuriava in Europa e nelle Americhe, causando la morte di milioni di persone. Grazie ai progressi della medicina, la tubercolosi è diventata prevenibile (con vaccini e igiene) e curabile (con farmaci).

Ma la cura (l’assunzione di antibiotici diversi per diversi mesi), non è facile per il paziente, e non ancora disponibile per molti. Nel corso degli anni si sono sviluppati bacilli sempre più resistenti, non più sensibili agli antibiotici utilizzati comunemente. In questo modo, la tubercolosi è riemersa come una delle principali infezioni letali esistenti. La comparsa di ceppi multi-resistenti ai farmaci ha reso la malattia più difficile e più costoso per il trattamento di quanto non lo fosse cinquant’anni fa. In alcuni casi alcuni bacilli sono risultati essere resistenti contro tutti gli antibiotici disponibili.
Per di più, la tubercolosi e l’AIDS si combinano aggravandosi a vicenda.. Circa un terzo delle morti per AIDS oggi sono causati da tubercolosi.
Tubercolosi resistente, la tubercolosi associata all’HIV, e deboli sistemi sanitari sollevano così molte preoccupazioni per possibili ondate epidemiche  di TBC con limitate opzioni di trattamento. Per evitare che questa malattia diventi una piaga ancora una volta, è essenziale che il controllo della TBC sia gestito correttamente. Nuovi strumenti di urgenza devono essere sviluppati per prevenire, curare e diagnosticare la malattia.

Rilevamento

Il principale strumento di urgenza è un test semplice, rapido ed economico per rilevare la resistenza ai farmaci al Mycobacterium tuberculosis, soprattutto nei paesi con basse risorse sanitarie, dove l’incidenza della tubercolosi è elevata. Nella maggior parte dei paesi a basso reddito procapite, i laboratori diagnostici non sono in grado di eseguire test sulla sensibilità dei farmaci anti- TBC, a causa del costo elevato delle tecniche di analisi molecolare e alla competenza tecnologica necessaria. In questi contesti l’apporto di finanziatori pubblici e donatori privati è fondamentale. Purtroppo a causa della crisi economica questo meccanismo si potrebbe inceppare facendo diventare la situazione ingestibile.

I ricercatori dell’Istituto di Medicina Tropicale iniziarono più di 10 anni fa a studiare metodi alternativi meno costosi e non commerciali, accessibili per i paesi in via di sviluppo, per individuare la resistenza ai farmaci. “Ci siamo concentrati su due nuovi metodi basati sul rilevamento colorimetrico”, dice Juan Carlos Palomino e Anandi Martin, ricercatori e tra gli organizzatori  della conferenza. I loro test “CRI” e “NRA” (colorimetrico redox-indicatore, e nitrato reduttasi saggio), ora sono raccomandati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità per i paesi a basso reddito.

Simone Bruscolotti

 

Fonte: Alphagalileo

 

 

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Morte degli uccelli come metafora della fine del mondo: il caso dell’encefalite del Nilo occidentale in Emilia Romagna.

Estratto audio della conferenza di Gianni Ippolito del 23/01/11 al Festival delle Scienze di Roma

A(H1N1). Intervista al prof. Giovanni Rezza

Sono passati quasi due anni dall’aprile del 2009, quando un virus fino ad allora sconosciuto, l’A(H1N1), è stato identificato in Messico e negli Usa. Il 19 giugno del 2009 l’O.M.S. ha dichiarato stato di pandemia modificando l’accezione con cui la stessa veniva qualificata: non più in base al tasso di mortalità ma a quello di diffusione.
Di A(H1N1) se ne continua ancora a parlare. I recenti casi di decesso causa infezione in Puglia hanno fatto rialzare l’attenzione sul fenomeno. Non si è ancora conclusa la pandemia?
Notizie positive vengono invece dalla ricerca medica. Da un comunicato del Istituto Superiore di Sanità (ISS) apprendiamo che  il vaccino antipandemico tanto discusso ha avuto l’efficacia sperata. Inoltre un gruppo di ricercatori dell’università di Chicago sostiene in uno studio pubblicato su The Journal of Experimental Medicine che i pazienti guariti dall’influenza suina ora possiedono una difesa immunitaria eccezionale che permetterebbe di resistere anche a virus più pericolosi.
Riguardo a questi importanti aggiornamenti ho intervistato l’epidemiologo Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’ISS.

Professor Rezza, i recenti casi di decesso per A(H1N1) avvenuti in Puglia suggeriscono di non abbassare la guardia? Il virus si propagherà ancora?

Probabilmente sì. La curva epidemica (ovvero il numero di nuovi casi) è in questa fase in ascesa, e il picco dovrebbe essere raggiunto intorno alla prima settimana di febbraio. Dovrebbe essere un picco più basso di quello dello scorso anno, in quanto molti bambini e adolescenti hanno già contratto l’infezione e sono quindi immuni nei confronti del virus A/H1N, che rappresenta circa i due terzi di tutti i casi di influenza quest’anno.

 

Secondo lo studio dell’European  Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) il vaccino antipandemico è riuscito a proteggere oltre il 70% delle persone che si sono sottopose al trattamento. Con questi dati il caso di promuovere una nuova campagna di vaccinazione indirizzata ai soggetti più a rischio?

Certamente, una protezione superiore al 70% è giudicata buona. Si deve anche tener conto del fatto che la risposta è maggiore (e quindi il vaccino più efficace) nelle persone più giovani, ovvero fra coloro che sono in genere maggiormente colpiti. E’ quindi sicuramente il caso di promuovere una campagna di vaccinazione indirizzata alle persone a rischio di complicanze (essenzialmente malati cronici), sia giovani che anziani (gli over 65 vanno comunque vaccinati con vaccino adiuvato per aumentarne le risposte).

 

I ricercatori dell’Università di Chicago coordinati da Patrick Wilson hanno attestato nell’ultimo numero del Journal of Experimental Medicine che i pazienti guariti dalla pandemia A(H1N1) ora possiedono una difesa immunitaria anche contro virus di altro tipo e di ben più elevata pericolosità. Di questo fenomeno se ne è occupata, o se ne sta occupando, anche la ricerca italiana ?

Questo è un argomento assai dibattuto su cui stanno lavorando in molti. Non ci sono però dati rilevanti da parte della ricerca italiana né tantomeno evidenze definitive da parte della comunità scientifica internazionale. Lo riterrei un dato interessante che va però preso con cautela e necessita di essere confermato.

 

Simone Bruscolotti

Influenza, stabilito il rischio di trasmissione per via aerea

I virus restano associati a minute particelle di dimensioni sufficientemente piccole da restare in sospensione nell’aria per diverse ore

Il ruolo della trasmissione per via aerea dell’influenza è un argomento dibattito da anni nell’ambito della comunità scientifica. Solitamente si ritiene che la maggior parte delle infezioni venga contratta toccando oggetti su cui si siano depositati i virus veicolati da microparticelle di espettorato o di starnuti, e infatti la prima raccomandazione per non incorrervi è quella di non toccarsi gli occhi o altre mucose senza essersi prima lavati le mani.

L’importanza di questa via di trasmissione è tale che era stata messa in dubbio la possibilità di trasmissione dell’infezione per sola via aerea, a meno di trovarsi nelle immediate vicinanze di una persona malata mentre tossisce o starnuta.

Per risolvere la questione un gruppo di ricercatori del Politecnico della Virginia ha eseguito una serie di misurazioni prelevando campioni di aria dalle sale d’aspetto di ambulatori medici e sale d’aspetto di aeroporti per valutare la carica virale presente nell’aria.

I risultati dell’esperimento sono pubblicati sul Journal of the Royal Society Interface.

“Poco più della metà dei campioni risultava mostrare la presenza di aerosol di virus dell’influenza A, per i restanti è possibile che nell’ambiente non fosse presente alcuna persona infetta”, ha osservato Linsey Marr, che ha diretto lo studio.

I ricercatori hanno quindi misurato la carica virale dei campioni e calcolato, in base ai litri di aria respirati e filtrati dai polmoni, il tempo medio necessario di permanenza nell’ambiente, in base a quella carica, per contrarre l’influenza.

“La concentrazione media era di 16.000 particelle virali per metro cubo di aria e la maggioranza dei virus era associata a particelle minute, di dimensioni attorno ai 2,5 micrometri, che possono rimanere in sospensione nell’aria per diverse ore. Considerata la concentrazione, la quantità di virus che una persona respira in un’ora sarebbe sufficiente per indurre l’infezione”, ha concluso Marr. (gg)



(02 febbraio 2011)

Fonte: Le Scienze