Dai Miasmi agli OGM, la lunga lotta contro la malaria
Per cercare di ricostruire l’origine alla malaria dobbiamo andare indietro migliaia di anni. I parassiti portatori di malaria, i protozoi del Plasmodium, sembrano derivare infatti da antichissimi microrganismi che si riproducevano nelle cellule intestinali dei primi vertebrati, coevolvendosi in parallelo con gli organismi in cui si erano insediati fino ad arrivare ai nostri giorni. Grazie alle recenti scoperte in ambito di biologia molecolare i parassiti più antichi sembrano essere tre: plasmodium vivax, plasmodium ovale e plasmodium malariae.
Questi tre protozoi sono ancora presenti e causano forme benigne di infezione. Per quanto riguarda invece il parassita più letale, il plasmodium falciparum, è riconducibile ad variante patogena che si differenziò in Africa tra 10.000 e 6.000 anni fa. Il plasmodio della malaria nel corso del processo evolutivo ha trovato nella zanzara del complesso Anopheles gambiae il vettore più adatto. Nell’anofele infatti il parassita si insedia nelle ghiandole salivari espletando metà del suo ciclo vitale prima di passare all’uomo.
La prima evidenza storico archeologica dell’arrivo in Europa del plasmodium falciparum si attesta intorno al IV secolo d.C., proprio in coincidenza con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Del resto, venute meno la capacità gestionale dei grandi complessi idraulici e le costanti attività di bonifica e recupero, la diffusione di zanzare infette da plasmodi fu facilitata.
Il morbo della Malaria, come dice il nome stesso, venne immediatamente associato ai miasmi delle paludi, quasi si trattasse di una grave forma di intossicazione. Solo all’inizio del 1700 il medico Giovanni Maria Lancisi intuì il possibile coinvolgimento delle zanzare, ma poi ritrattò e tornò a privilegiare la teoria del contagio dai miasmi.
La vera rivoluzione nello studio della malaria si ebbe all’inizio dell’Ottocento quando l’italiano Giovanni Battista Grassi e l’inglese Ronald Ross riuscirono a identificare nelle quattro specie di zanzare anofele le portatrici dei parassiti della malaria. E’ da evidenziare che non fu un lavoro di équipe quello tra i due scienziati: conseguirono le loro ricerche separatamente e con forti contrapposizioni l’uno rivendicò la primogenitura nei confronti dell’altro.
Al di là delle polemiche, da quel momento è stato accertato che l’uomo contrae la malattia quando viene punto da un’anofele femmina, che per essere infettante deve avere assunto precedentemente il plasmodio pungendo una persona già parassitata. Le paludi altro non sono che degli immensi punti di raccolta e di riproduzione di questi vettori.
Per quanto riguarda la storia dei rimedi alla malaria la vicenda è altrettanto articolata, non priva di grandi intuizione e repentini ripensamenti. Il primo rimedio contro la malaria fu scoperto nel XVII secolo in Perù per opera del padre gesuita Bernabè Cobo: si trattava di estratti dalla corteccia dell’albero Cinchona, una pianta simile a quella del caffè. I guaranì la chiamavano quina quina ovvero corteccia delle cortecce. Nel 1632 la notizia dell’estratto miracoloso giunse anche nell’Italia dilaniata dall’infezione, ma prima che la scoperta si diffondesse un po’ più ad ampio raggio ci vollero due secoli. Nel 1817 due ricercatori francesi, Pierre Joseph Pelletier e Joseph Bienaimé Caventou, isolarono il principio attivo che venne commercializzato con il nome diventato celebre di Chinino e fu ciò a segnare veramente l’inizio della diffusione di massa.
In Italia il 23 dicembre del 1900, grazie all’iniziativa di Giovan Battista Grassi, Angelo Celli e della Società per gli studi della malaria, quando fu sancita la prima legge per la distribuzione statale del chinino presso la popolazione. La sostanza cominciò ad essere venduta a partire dal 1° luglio 1902 negli spacci di sale e tabacchi a prezzo fisso e ridotto nelle provincie più colpite, successivamente su tutto il territorio nazionale. Nasceva così il “Chinino di Stato” che fino agli anni ’50 accompagnerà insieme alla bonifica delle aree paludose la fuoriuscita del nostro paese dalla piaga della malaria.
Il chinino, interrompendo la riproduzione dei parassiti, ha salvato un numero spropositato di vite umane, ma ciò a costo di effetti collaterali significativi: la durata della protezione è limitata nel tempo, e se preso in dosaggi alti poteva causare gravi disturbi uditivi e olfattivi, nonché debilitate complessivamente l’organismo.
Un avanzamento significativo avvenne negli anni ‘40. Nei laboratori della Bayer di Leverkusen venne messa a punto la “clorochina”, farmaco studiato per la profilassi chemioterapica, funzionale cioè non alla cura ma alla prevenzione pre-infenzione nelle zone colpite.
Fu tuttavia un’altra innovazione introdotta nello stesso periodo che si rivelò cruciale: nel 1939 il chimico svizzero Paul Müller scoprì il potere insetticida di un composto chiamato diclorodifeniltricloroetano, o DDT, che venne subito utilizzato per disinfestare le zone colpite dalla zanzara anofele. Con questa scoperta Müller vinse il Premio Nobel per la medicina nel 1948. Il DDT aveva mostrato da subito tutte le sue potenzialità : piccole quantità per ammazzare le zanzare per mesi, abbastanza per fermare il ciclo di trasmissione della malaria. Oltretutto durava il doppio degli insetticidi fino ad allora in commercio e costava un quarto.
Munita di questi due ritrovati l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1955 lanciò la Campagna globale di eradicazione della malaria con l’obiettivo era di debellarla in dieci anni. Fu investito più di un miliardo di dollari e decine di migliaia di tonnellate di DDT furono usate ogni anno contro le zanzare. In India, da tempo flagellata dalla malaria, si reclutarono 150.000 lavoratori a tempo pieno per spruzzare l’insetticida nelle case. Anche la clorochina fu distribuita in lungo e in largo. Era probabilmentela più vasta iniziativa sanitaria mai intrapresa a livello mondiale e i successi iniziali in Brasile e negli Usa lasciavano ben sperare.
Le grandi ambizioni che sottendevano alla campagna mondiale andarono svanendo però nel corso di pochi anni. Nonostante i grandi progressi nel Nord del globo, nelle zone tropicali e subtropicali il tasso di infezione non diminuiva. I parassiti della malaria si riproducevano così velocemente da generare continuamente mutazioni nuove; alcune di queste furono in grado di proteggere i plasmodi dalla clorochina, rendendo in buona parte dei casi inefficace il farmaco. Tutt’ora la clorochina è in commercio, ma viene utilizzata soprattutto per trattamenti di altro tipo.
La previsione di eradicazione totale si dimostrò così troppo ottimistica, i finanziamenti vennero a mancare, e venne a mancare anche il DDT. L’insetticida pensato per combattere la malaria, a causa del suo basso costo, venne utilizzato a sproposito come antiparassitario generico in ogni tipo di coltivazione. Pur non essendo direttamente nocivo per l’uomo aveva però contaminato i campi e le acque e messo seriamente a rischio la vita di molte specie di uccelli, con pesanti ripercussione sull’ecosistema nel suo complesso. Il celebre saggio di Rachel Carson “Primavera Silenziosa” documentò i fatti facendo un ritratto così crudo della situazione ambientale chel’uso dell’insetticida in agricoltura fu dichiarato in pochi anni illegale. Fu fatta un’eccezione per limitare la malaria, ma ormai il DDT era diventato introvabile. Secondo Robert W. Gwadz, uno dei più importanti malariologi viventi, la messa al bando de DDT potrebbe aver causato la morte di venti milioni di bambini. Il condizionale è d’obbligo, nelle zone tropicali le zanzare non hanno bisogno di riprodursi nei pressi di insediamenti umani, e l’uso del potente insetticida non sarebbe stato totalmente risolutivo a detta di molti ricercatori.
Al DDT ora si preferiscono le zanzariere impregnate di insetticida da sistemare a protezione della zona notte, considerato che proprio nelle ore notturne la zanzara anofele colpisce. Purtroppo a differenza dell’insetticida messo al bando, le zanzariere hanno un costo troppo elevato per le zone endemiche della malaria, e le campagne governative e solidaristiche non hanno raggiunto finora una sufficiente copertura.
I progressi nell’ambito farmacologico sopraggiunti negli ultimi quarant’anni permettono di avere una vasta gamma di prodotti, sia per quanto riguarda la profilassi che la cura. Ma la malaria è classificata dall’OMS ancora al quarto posto tra le malattie infettive più diffuse. L’infezione ormai è radicata nelle fasce tropicali del globo, e la storia del suo mancato tentativo di sconfiggerla completamente fa emergere un dato di fatto: la lotta alla malaria passa per la lotta alla povertà e ai pesanti deficit strutturale dei paesi più colpiti.
Riguardo al futuro, dal punto di vista più strettamente medico-epidemiologico la ricerca scientifica è orientata da almeno trent’anni alla realizzazione di un vaccino universale, ma finora i ritrovati della ricerca ancora non sono giunti a un risultato definitivo. Ciò che rende difficile la realizzazione è proprio la variabilità del parassita plasmodio, che, come la storia insegna, con le sue caratteristiche molecolari molto flessibili è stato capace negli anni a resistere e riprogrammarsi eludendo numerose terapie e profilassi.
Una strada alternativa al vaccino, molto più recente, è quella offerta dalla ricerca genetica. Il tentativo di mettere a punto zanzare transgeniche refrattarie alla trasmissione del parassita, appare oggi un prospettiva percorribile grazie ai progressi sperimentali degli ultimi anni. Ma arrivare a sostituire la specie selvatica di anofele con una specie venuta fuori da un laboratorio solleva già grandi perplessità dal punto di vista etico, che di certo non faciliteranno la riuscita di questa iniziativa in tempi rapidi.
Simone Bruscolotti
